L’acqua mantiene un ricordo delle sostanze con cui viene in contatto?
No, attualmente non esistono prove scientificamente fondate che questo accada

Redazione ANSA
13 marzo 2024 - 13:29
Immagine di Davide Restivo from Aarau, Switzerland, Wikipedia © Ansa

Cosa verifichiamo
La memoria dell'acqua sarebbe la presunta proprietà dell'acqua di ‘ricordare’ le sostanze con cui è venuta in contatto, producendo effetti come se tali sostanze fossero ancora presenti. L’idea nasce da un articolo del 1988, ma possiede un valido fondamento scientifico?

Analisi
Il concetto di memoria dell'acqua viene proposto per la prima volta dal francese Jacques Benveniste nel 1988, con un articolo pubblicato sulla rivista Nature. Vi si afferma che un effetto prodotto dagli anticorpi umani sulle cellule viene ottenuto anche quando la soluzione in cui erano inizialmente disciolti è stata diluita così tanto da eliminarli tutti. Insomma, l’acqua aveva mantenuto il ‘ricordo’ degli anticorpi con cui era entrata in contatto, replicandone gli effetti anche in loro assenza. Lo studio supera inizialmente la revisione condotta da altri colleghi prima della pubblicazione, ma l’allora direttore di Nature John Maddox si dice scettico e si reca presso il laboratorio di Benveniste accompagnato da Walter Stewart, esperto in frodi scientifiche, e James Randi, prestigiatore.

Il 28 luglio 1988 la rivista pubblica un resoconto dell'ispezione, riferendo che il tentativo di replicare l’esperimento era fallito e che erano state trovate diverse irregolarità nelle procedure seguite. Si scopre, inoltre, che la ricerca di Benveniste è stata finanziata da un’azienda prodruttricedi rimedi omeopatici. L'omeopatia utilizza sostanze altamente diluite e sottoposte a un processo detto di ‘dinamizzazione’, nel quale le soluzioni ottenute vengono agitate ad ogni passaggio. Andando contro le evidenze scientifiche in campo chimico, biologico e farmacologico, l'omeopatia ritiene che più una sostanza è diluita, maggiore è la sua attività nel curare i disturbi. Molti rimedi omeopatici, infatti, partono da sostanze che sono state diluite così tante volte da non contenere nessuna o quasi nessuna delle sostanze di origine, e sono quindi costituiti essenzialmente da acqua e zucchero, o acqua e amido.

Questo procedimento di diluizione estrema rende indistinguibili dal punto di vista chimico preparati omeopatici originariamente diversi fra loro e destinati a curare patologie diverse. Pertanto, l’omeopatia fa leva sulla teoria della ‘memoria dell’acqua’: la soluzione diluita conserverebbe l'informazione del principio attivo e produrrebbe dunque effetti terapeutici significativi. Il presupposto, però, è che l'acqua conservi soltanto le proprietà terapeutiche e non quelle tossiche delle sostanze con cui è stata a contatto, e che ‘ricordi’ solo le sostanze desiderate ignorando quelle indesiderate: un ragionamento che pone molti problemi logici.

Nessuno studio successivo è riuscito a ottenere gli stessi risultati che Benveniste aveva dichiarato di aver raggiunto. Nel 1994 anche il fisico polacco Georges Charpak, premio Nobel nel 1992, si disse disposto a verificare le prove sperimentali a favore della memoria dell'acqua: anche in quel caso l’esperimento diede esito negativo. Benveniste, tuttavia, continuò per molti anni a opporsi a questa conclusione, affermando che la comunità scientifica, di mentalità troppo ristretta, non voleva accettare la sua straordinaria scoperta.

Nel 2011 il Journal of Physics, in una sezione della rivista sottoposta ad una revisione molto blanda, pubblicò uno studio guidato dal biologo francese Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina nel 2008 e scomparso nel 2022, che sembrava supportare in qualche modo la teoria: l’articolo sosteneva che soluzioni acquose nelle quali si trovavano sequenze di Dna di virus e batteri, continuavano a produrre segnali elettromagnetici a bassa frequenza caratteristici del Dna anche quando le soluzioni iniziali venivano molto diluite e si perdeva quindi traccia delle sequenze genetiche. In seguito, tuttavia, lo studio è stato dimostrato come privo di validità scientifica, poiché scorretto per quanto riguarda le procedure seguite e le apparecchiature usate e perché incoerente con le sue stesse basi teoriche.

Conclusione
Il concetto di ‘memoria dell’acqua’ può essere considerato pseudoscientifico e privo di qualsiasi fondamento. Non esiste, infatti, alcuna prova scientifica che supporti l'esistenza del fenomeno: l’esperimento effettuato da Jacques Benveniste non ha mai superato la prova della replicabilità e i dati utilizzati si sono rivelati errati.

Fonti

CICAP - Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze

E. Dayenas et al, Human basophil degranulation triggered by very dilute antiserum against IgE, 1988, Nature

S. Garattini et al, Acqua fresca: Tutto quello che bisogna sapere sull'omeopatia, Sironi, 2015

S. J. Hirst et al, Human basophil degranulation is not triggered by very dilute antiserum against human IgE, 1993, Nature 

J. Maddox, When to believe the unbelievable, 1988, Nature

L. Montagnier et al, DNA waves and water, 2011, Journal of Physics: Conference Series

Rimedi omeopatici

Y. Thomas, Homeopathy, The history of the Memory of Water, 2007 Jul;96(3):151-7

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